Insidious Fuori dall’altrove – Recensione

Insidious Fuori dall’altrove è il sesto film della fortunata saga horror creata da Wan e Whennell nel lontano 2010, convenzionale e privo di originalità.

Come le mosche sono attratte dall’odore della decomposizione, così il Male annusa le ferite delle anime, quelle mai del tutto guarite, di cui si preferisce non parlare, tenute nascoste negli scatoloni nei garage, che tornano negli incubi quando il sonno ci rende inermi.

Gemma, che è stata una ragazzina devastata da traumi spaventosi, legati alla figura della madre, è diventata una giovane donna a sua volta madre di una dolce ragazzina (responsabili maschili sempre assenti).

Gemma è una stimata igienista dentale, mestiere che permetterà alcune succose “gag” orrorifiche, per lo schifo e il disagio che provocheranno in parte degli spettatori, una compresa nei titoli di coda.

Quando nel quartiere appaiono tre inquietanti vecchiacci, anche Gemma comincia a soffrire di incubi e allucinazioni terribili, durante i quali compare la figura nota di Elise Reiner, la medium che, morta nel primo film della saga, era stata ugualmente una figura ricorrente negli altri episodi.

Amelia Eve

Una delle sequenze “da incubo” meglio realizzate.

Perché di una saga di ben sei film parliamo, sempre sotto l’egida di Jason Blum e dei “creativi” James Wan & Leigh Whannell, che dal 2010 si sono rimbalzati questo progetto. In cui si torna al Male sovrannaturale, in cui ombre si materializzano, porte sbattono, luci sfarfallano, orride creature si protendono da un misterioso “Altrove”.

Un limbo in cui non sono contente di essere relegate e da cui cercano di fuggire, attraverso individui che per loro sventura sono delle specie di “porte” di comunicazione. Ha così inizio la solita sequenza, il panico alle prime manifestazioni, la presa di coscienza dopo la doverosa “spiegazione”, i tentativi di arginare il nemico con le prime fallimentari strategie e poi lo scontro finale.

Niente di meno né di più del minimo sindacale insomma. Dirige Jacob Chase, che scrive la sceneggiatura insieme a David Leslie Johnson-McGoldrick, con qualche buona trovata scenografica. Cast di poco noti, compare nel lampo di un flashback Patrick Wilson, pater della sfortunata famiglia Lambert, filo conduttore della saga fino a La Porta rossa (su HBO e Prime).

Joseph Lopez

I vicini di casa che nessuno vorrebbe.

E si rivede ovviamente Lin Shayne, “angelo custode” degli sventurati presi di mira dal demone e dai suoi emissari, il principale dei quali (Sam Spruell) qui nel look ricorda vagamente Marilyn Manson. Tutto però è molto ripetitivo e il messaggio è ben poca cosa rispetto al penultimo capitolo.

Dove alla fine appariva chiaro che in tutta la saga il discorso era sulle ferite ricevute in famiglia, sui traumi mai elaborati, le tare ereditarie, le bugie dette a fin di bene. In quel modo i brutti ricordi non svaniscono ma restano lì nel subconscio (l’Altrove?), a fermentare e marcire. Invece i mostri vanno affrontati, portati alla luce, riconosciuti e sconfitti.

Solo così si troncherà la triste catena di lutti, con le colpe dei genitori che ricadono sempre sui figli, come recita l’antico detto. Qui si dà per scontata la presa di coscienza e tutto si riduce all’istinto di una madre, anzi due (ribadiamo, padri non pervenuti), indomite nella loro lotta per salvare le proprie creature dai demoni che si affollano alla loro porta. Compito che a ben guardare spetta a ogni genitore, anche nelle vite più “normali”.

Scheda tecnica:

Regia: Jacob Chase

Cast: Amelia Eve, Sam Spruell, Lin Shaye, Maise Richardson-Sellers, Brandon Perea

Distribuzione: Eagle Pictures

Genere: horror

Pubblicato da Giuliana Molteni

Vado al cinema dalla metà degli anni ’50 e non ho mai smesso. Poi sono arrivate le serie tv.