Wild Horse Nine è il nuovo film di Martin McDonagh, una storia che ci diverte con humor amaro, con molti importanti significati.
Un autore ha molti modi per fare arrivare il senso di una sua storia al pubblico. Talvolta prende strade traverse e il significato che arriva al cuore, alla testa può essere contraddittorio eppure per questo restare ancora più impresso.
Due uomini, due palesemente in armonia da una vita, sono in Cile, nel 1973, stanno per partire insieme per l’Isola di Pasqua, dove uno dei due, Chris (Malkovich), vuole passare qualche giorno di vacanza con Lee (Rockwell), l’amico di sempre.
Ma capiremo subito che i due, oltre che amici, sono affiatati colleghi in uno sporchissimo lavoro, sono la longa manu di una CIA che da anni li manda in giro per il mondo per organizzare colpi di stato, omicidi politici, repressioni di massa.
Ridono dei ricordi di Guatemala, Congo, della Baia dei Porci. Si accenna a Dallas, quasi di sfuggita. Si capisce che si sta preparando la caduta di Allende. Senza scomodare la famosa “banalità del Male”, i due sembrano degli innocui turisti, un po’ americanamente grezzi, il più vecchio caratteriale per motivi che scopriremo, il più giovane impegnato a minimizzare, ad attutire i danni.

Un’abbinata di attori che fa la differenza.
Lee è affezionato a Chris come lo sarebbe un figlio, nei confronti di un padre amato ma disturbato, che deve essere assecondato ma protetto da se stesso. Non del resto altro nella vita, solo un’ex moglie molesta e due figli lontani.
Chris però sta dettando a un piccolo registratore le sue ultime riflessioni, i suoi ricordi forse, compromettenti se rivelati. E poi, forse, conserva un cimelio della loro impresa più nefasta, che va assolutamente recuperato. E il loro capo (Buscemi) è molto preoccupato e incalza Lee perché se ne occupi.
Il filo della narrazione scorre lungo i surreali scambi di battute fra i due, nella loro piccola avventura turistica hanno anche fatto amicizia con due giovani e innocenti turiste, respinte eppure attratte dalle spregiudicate battute di Chris.

Due uomini, due assassini, due amici.
Che è toccato dall’enigmatica bellezza dell’isola, dal fascino di una natura intatta, dal messaggio misterioso delle mute teste di pietra, e si lascia affascinare da un gruppo di cavalli selvaggi, di cui uno in particolare sembra avere un interesse nei suoi confronti.
Wild Horse Nine è una toccante storia di amicizia fra due mostri criminali, è la storia toccante di un ravvedimento tardivo e inutile, è il racconto esplicito e agghiacciante di complotti orrendi, di distorsioni della storia per mano di pochi, che hanno provocato infiniti lutti, che hanno influenzato la storia.
Eppure tutto scorre in secondo piano, lasciato al ragionamento di chi guarda e nel contempo si gode la commedia della vita di due personaggi borderline ma che potremmo incontrare anche noi, senza sospettarlo (“salutava sempre”).

Chris, un sicario governativo così amabile.
E intanto lievita quello che davvero si vuole fare arrivare a chi guarda. Per l’America il peccato originale è stato Dallas (“e da lì tutto ha cominciato ad andare sempre peggio”), per noi quale è stato?
Non accorgercene e andare avanti per decenni pensando che non ne avremmo pagato le conseguenze, demandando i destini del mondo a chi era più brutale? Senza mai farsi manifesto, ma facendo ridere e commuovendo perfino, McDonagh ottiene esattamente il suo scopo.
Piace a Martin McDonagh lavorare sulle coppie di attori, come già in In Bruges e L’isola degli spiriti, e gli piacciono i personaggi deragliati (7 psicopatici, Tre manifesti a Ebbing). E in Wild Horse Nine, distribuito in Italia da Disney, dirige due attori enormi come John Malkovich, qui al massimo grado della sua sterminata professionalità, e Sam Rockwell, attore di culto per i cinefili, ancora vergognosamente poco noto al pubblico generalista.

Tom Waits in un suggestivo cameo.
Steve Buscemi è una specie di vecchio zio letale, che agisce con la disinvoltura impunita di chi ha potere assoluto di vita e di morte, solo un intermediario con un potere assoluto, un burocrate della distruzione. Tom Waits compare quasi in un cameo, anche lui immerso in un panorama di primordiale fascino come la mitica Monument Valley.
Una raccomandazione: vedete il film in inglese con sottotitoli, perché il doppiaggio italiano soffre più che mai di quel difetto che ormai si riscontra sempre più spesso, pretendendo di offrire quasi una reinterpretazione della recitazione, modificando tonalità e inflessioni dell’attore originale.
Che nel caso particolare di Malkovich, Coppa Volpi a Venezia, in questo film è peccato mortale. Può un mostro fare pena come già succedeva nel finale di Le vite degli altri? Può un tardivo pentimento salvare un’anima? Può il dolore sincero di un carnefice aprirgli le porte del Paradiso?

Ci sarà mai qualcosa che ci potrebbe fare assolvere certi governi di certi paesi dalle colpe atroci commesse negli anni? Quello che in loro ci sarebbe da salvare potrà farci accantonare le colossali responsabilità per le conseguenze di spaventose azioni che abbiamo pagato, stiamo pagando e pagheremo?
In questo senso, con il suo discorso trasversale, Wild Horse Nine è uno dei più efficaci film di critica politica degli ultimi tempi, vedremo se l’Academy oserà premiarlo e quanto e per quali nomination.
Scheda tecnica:
Regia: Martin McDonagh
Cast: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi, Mariana di Girolamo, Parker Posey
Distribuzione: Disney
Genere: drammatico, commedia