Film e giornalismo – Articolo

Quanti appassionanti film sul giornalismo investigativo ci hanno illuso che la Giustizia trionferà sempre?

Se si dice “film e giornalismo” si pensa a Il diavolo veste Prada o a Tutti gli uomini del Presidente?

Senza nessuna offesa nei confronti dei giornalisti che si occupano di moda (o di altri settori considerati “frivoli”), se parliamo di giornalismo investigativo, di inchieste scottanti su politica e finanza, su rivelazioni che hanno cambiato il corso di certi eventi, ci viene in mente altro.

Ci ricordiamo infatti di tutti quei film che ci hanno illuso che, alla fine e dopo infinite lotte, rischi corsi e sacrifici subiti, Giustizia avrebbe trionfato, lo scandalo sarebbe stato svelato e i responsabili puniti (si dice che dopo Tutti gli uomini del Presidente siamo aumentate le iscrizioni ai corsi e alle scuole di giornalismo).

Da quando andiamo al cinema ci siamo aggirati dentro redazioni guidate da illuminati direttori e coraggiosi proprietari, fra burberi capo-redattori in mezzo a caratteriali giornalisti-mastini, che quando addentano la notizia non la mollano più, anche se devono lottare contro potenti politici, ricchissimi uomini d’affari, corporation infiltrate ai più alti gradi del potere, cinici servizi segreti.

Dustin Hoffman Robert Redford

La redazione di sogno del Washington Post in Tutti gli uomini del Presidente.

Abbiamo anche palpitato per tanti inviati speciali in paesi pericolosi, a indagare su conflitti armati, letali organizzazioni criminali o governi omicidi. Non pensiamo in questo articolo a quei giornalisti assurti al rango di eroe tutto coraggio, genio e sregolatezza, con un’allure sentimentale buona per molte figure maschili in commedie romantiche o anche più malinconiche (da Robert Redford a Jeremy Irons o Mel Gibson).

Così come tralasciamo altre narrazioni in cui le indagini riguardano fatti di cronaca nera, gangster o serial killer. Quando sentiamo “film e giornalismo” il ricordo per noi va immediatamente a un pugno di capolavori. Iniziamo con Tutti gli uomini del Presidente (diretto da Alan J. Pakula), nei caldissimi anni ’70, celeberrimo film sul caso Watergate rivelato dal Washington Post (per chi volesse approfondire l’argomento su grande schermo consigliamo anche film con The Silent Man e Frost/Nixon).

Fa da ideale collegamento (eventualmente da riguardare prima, è su HBO) The Post, in cui Steven Spielberg subito prima del Watergate ci racconta lo scandalo dei Pentagon Papers (la gestione della guerra del Vietnam da parte di vari governi americani), indagine che aveva aumentato la visibilità e credibilità del Washington Post.

John Slattery Michael Keaton Mark Ruffalo

Direttore e redattori del Boston Globe in riunione.

Pensando ad altro argomento ricordiamo Il caso Spotlight, sull’inchiesta del Boston Globe sullo scandalo pedofilia che aveva devastato la città per decenni, da abbinare a un altro atroce scandalo in ambito Chiesa cattolica con il film Philomena, sulle Magdalene, le religiose che per un paio di secoli hanno crudelmente sfruttato le ragazze madri o ritenute “immorali” in Inghilterra e Irlanda (l’ultimo istituto è stato chiuso nel 1996).

Passiamo a due film più recenti sul Metoo, lo splendido She Said (su Harvey Weinstein), che per stile narrativo ricorda molto Tutti gli uomini del Presidente, e Bombshell, sul caso Robert Ailes, il disgustoso presidente della Fox (cinema e televisione), stile di vita e arroganza simili a quelli di Weistein (protagonista anche della serie tv The Loudest Voice con Russell Crowe).

Ma ricordiamo anche il più commercialeIl rapporto Pelican tratto dal romanzo di John Grisham, diretto di nuovo da Alan J. Pakula, sulla cospirazione legata agli assassinii di due giudici della Corte Suprema. In Insider di Michael Mann, Al Pacino e Russell Crowe svelano le menzogne criminali delle multinazionali del tabacco.

John Lithgow

L’orco Robert Ailes nel film Bombshell.

Poi elenchiamo film con indagini effettuate in territori stranieri, come The Haunting Party (tre giornalisti, fra cui Richard Gere, in Bosnia sulle tracce di un criminale di guerra serbo, tratto dall’articolo di Scott Anderson). Nella stessa area è ambientato Benvenuti a Sarajevo, diretto nel 1997 da Michael Winterbottom, tratto dal libro Natasha’s Story di Michael Nicholson, il tragico assedio visto da una troupe televisiva inglese.

Live from Baghdad, dal romanzo scritto dal protagonista del film, un produttore della CNN, mostra l’invasione irachena del Kuwait, con Michael Keaton. Segnaliamo anche La regola del gioco, un film sullo scandalo Irangate, sul traffico illegale di armi con l’Iran da parte di alti funzionari americani, per finanziare i cartelli della droga sudamericana impiegati in Nicaragua in funzione anti-sandinista, che poi inondavano gli USA di droga.

Il film, interpretato da Jeremy Renner, è tratto dal libro omonimo del giornalista Gary Webb e da Kill the Messenger di Nick Schou. In questa lisa veloce, un posto d’onore spetta ai reporter (o fotoreporter) d’assalto, gente che rischia la pelle sotto i proiettili e i missili, pagando spesso un elevato prezzo.

Carey Mulligan Zoe Kazan Patricia Clarkson

Una riunione di redazione che valuta i rischi della pubblicazione di un articolo in She Said.

Due titoli, Sotto tiro (ambientato in Nicaragua ai tempi del feroce dittatore Somoza) con un Nick Nolte molto macho, e Salvador, la guerra civile in El Salvador raccontata da Oliver Stone nel suo tipico stile, macho pure lui. E poi The Bang Bang Club, tratto dal libro The Bang-Bang Club: Snapshots from a Hidden War, scritto dagli unici due sopravvissuti del gruppo di quattro eroici e incoscienti fotoreporter sudafricani.

A Johannesburg a pochi anni delle elezioni del 18 aprile 1994, i seguaci di Mandela (appena scarcerato) si contrapponevano ai seguaci del partito Inkata, in cui militavano appartenenti all’etnia zulu, contrario alla filosofia pacifista di Mandela. Anche In My Country si parla di un giornalista, inviato del Washington Post, che deve eseguire un reportage sulla Commissione per la Verità e la Riconciliazione istituita da Mandela, che svelerà molti degli abusi compiuti durante il periodo della sanguinaria Apartheid.

Di questo mestiere segnaliamo anche una versione al femminile con Tina Fey in Whiskey Tango Foxtrot, tratta dal libro The Taliban Shuffle di Kim Baker, una giornalista inviata sul campo alle prese con l’occupazione dell’Afghanistan. Diversi film ci hanno raccontato di indagini che sono costate la vita ai giornalisti (come in tanti regimi è abitudine): Veronica Guerin, ammazzata perché le sue indagini davano fastidio ai trafficanti di droga nella Dublino degli anni ’90.

Ryan Phillippe

Il gruppo di folli reporter durante gli scontri a Johannesburg negli anni ’90.

Passato alla storia è il pessimistico Perché un assassinio, del 1974, sul complotto per assassinare Kennedy, con Warren Beatty, incauto reporter indipendente. Non possiamo dimenticare i film (o documentari) riguardanti il nuovo tipo di giornalismo ai tempi di Internet, quello di Julian Assange (cinque film fra cui Quinto potere con Benedict Cumberbatch e il documentario di Alex Gibney We Steal Secrets) e Snowden (film omonimo di Oliver Stone e docu di Laura Poitras, Citizenfour).

Come esempi del mestiere, in negativo però (ci sono anche professionisti che fanno i furbetti), abbiamo il ritratto del truffatore Stephen Glass, giornalista del The New Republic nel film Shattered Glass tratto dall’articolo di H. G. Bissinger (ma il primo eroe negativo in questo ambito è Kirk Douglas in L’asso nella manica del 1951).

Non dimentichiamo la spassosa satira di The Interview, o il suo opposto, la riflessione nostalgica (e cinefila) di George Clooney in veste di regista con il suo Good Night, and Good Luck sul maccartismo, in cui ricordava la figura del padre. Citiamo anche qualche altro titolo, film più generici sul mestiere che un tempo era uno dei più mitizzati e desiderati.

Tina Fey

Tina Fey è un’impreparata giornalista scaraventata nell’occupazione dell’Afghanistan.

Giornalisti erano quelli che facevano esplodere il caso in Sindrome cinese, mentre Dentro la notizia, con un gran cast, è stato solo una commedia sentimentale nobilitata dall’ambientazione in una redazione. Il più nero True Story è tratto da una storia vera, con James Franco e Jonah Hill, e solleva interessanti interrogativi.

Truth (2015) è l’adattamento delle memorie della giornalista Mary Mapes (Cate Blanchett) sulle manovre di George W. Bush per schivare il servizio militare. Anche in Italia ci sono state vittime fra i giornalisti che indagavano su mafia e terrorismo, citiamo un film del 2009, poco noto ma assai toccante, Fortapàsc con un ottimo Libero De Rienzo.

Per chiudere, menzione speciale per la splendida serie Newsroom, scritta da Aaron Sorkin, ambientata in un’immaginaria tv via cavo di New York, in cui emerge il tema delle responsabilità etiche di un mestiere che ormai sta scomparendo. Sono stati tutti film che ci hanno illuso (oggi possiamo usare questo verbo a ragione), instillandoci una fiducia nel potere dell’informazione che il quasi ottantenne Steven Spielberg ancora nutre.

Joseph Gordon-Levitt Tom Wilkinson

Le redazioni non sono più le stesse, come si vede in Snowden.

Come si vede nel finale di Disclosure Day (finale che ricorda proprio quello del Post). Illusione che risaliva al 1952, quando nel film L’ultima minaccia diretto da Richard Brooks, Humphrey Bogart pronunciava la frase passata alla storia “È la stampa, bellezza, la stampa, e tu non ci puoi fare niente” mentre aumentava in sottofondo il frastuono delle rotative che avrebbero diffuso “la verità”.

Oggi nel silenzio rotto da qualche clic ci sembra che i “cattivi” possano dormire sonni più tranquilli. Tanto il giorno dopo qualche imbecille dalla sua cameretta contesterà ricerche accurate e fatti inconfutabili, seguito subito da migliaia di suoi simili e nell’inutile rumore di fondo la verità diventerà sempre più lontana.

Pubblicato da Giuliana Molteni

Vado al cinema dalla metà degli anni ’50 e non ho mai smesso. Poi sono arrivate le serie tv.